Bersani: lavoro insieme o perdiamo tutti. La rabbia del segretario Pd per le uscite del Professore. Cresce il disagio anche nel Pdl

ROMA La luna di miele tra il Pd e Monti è finita da un pezzo, ammesso che sia mai cominciata. Ma le ultime parole del Professore sulla fiducia che gli italiani hanno in lui e non nei partiti rischiano di far salire la tensione oltre il livello di guardia. «O politici e tecnici assieme riescono a convincere il Paese o sotto la pelle del Paese ce n’è abbastanza per prendere a cazzotti sia i politici che i tecnici», tuona da Lisbona Pier Luigi Bersani. Il segretario del Pd formalmente conferma sostegno al Professore fino alla scadenza della legislatura, maggio 2013. Liquida però come «stucchevole» la querelle tra tecnici e politici. «Io quando sento la parola partiti non mi trovo, io ho un nome e cognome e mi chiamo Pd sto cercando, correndo rischi seri, di collegare il sostegno al governo con la sensibilità verso un Paese ammaccato e profondamente segnato dalla crisi e dalle politiche di risanamento», rivendica. Bersani chiede rispetto da parte dei tecnici. E’ convinto di essere tra i segretari che hanno votato la fiducia al governo quello che ha fatto l’atto più generoso. Tutti i sondaggi davano il centrosinistra vincente se le dimissioni di Berlusconi avessero portato al voto. Ora invece i sondaggi danno il Pd in lieve ma costante perdita di consensi, intercettati da Italia dei Valori e da Sel. Molto dipenderà anche dalla riforma del lavoro. «Io sono fermato per strada e mi si chiede conto dell’azione del governo» dice Bersani. Tra i democratici insomma monta la rabbia per il crescente protagonismo dell’ex rettore della Bocconi. I motivi del malessere del resto non sono pochi. Pensioni, esodati, articolo 18, giustizia e presto anche la Rai. La sensazione è che si tenga poco conto delle perplessità manifestate a via delle Fratte. E troppo dei veti del Pdl. In realtà anche tra i berluscones non fila tutto liscio. Fonti ben informate raccontano che durante il vertice di ABC di martedì Alfano e Bersani più che di legge elettorale abbiano lanciato strali contro Monti e le sue bacchettate quotidiane, davanti a un imbarazzato Casini, che non vuole perdere la palma dell’alleato più fedele e meno litigioso del Professore. «Mi chiedo cosa avremmo detto se le cose che sta dicendo Monti all’estero le avesse dette Berlusconi», dice un dirigente chiedendo di non essere citato. «Ci vorrebbe più rispetto per il Parlamento, sono sobbalzato sulla sedia sentendo Catricalà dichiarare che di fronte a modifiche sull’articolo 18 il governo potrebbe dimettersi. Scherziamo? Vogliamo andare avanti a ricatti?» aggiunge. Paradossalmente le ultime esternazioni non sono piaciute affatto neanche all’ala più filo montiana, vicina a Veltroni, perchè si allontana l’ipotesi di un governo modello Grosse koalition anche per la prossima legislatura.

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